Motivazione

a cura di  Giuseppe Marmo[1] con il contributo di Alessandro Bertellini[2] e Marco Orusa[3]

 

Deriva dal latino motus e indica una forza che spinge una persona, un gruppo o una collettività a decidere e a fare qualcosa per soddisfare un bisogno, che viene percepito in chiave razionale ma anche, e a volte soprattutto, in chiave emotiva. È l’insieme di ragioni che inducono gli individui o i gruppi  a comportarsi in un certo modo e che, per estensione, li rendono risoluti nel tendere verso il “bene”.

Si osserva come il termine presupponga nella sua definizione movimento, dinamicità.

In questa prospettiva, tralasciando la letteratura sugli aspetti psicologici, è interessante evidenziare il legame tra motivazione e politica. Si può notare come spesso l’azione sia guidata da motivazioni di tipo emotivo. Non per nulla si parla di “passione politica”. Va considerato, però, che le motivazioni/passioni, anche quelle positive, possono essere ambigue e insidiose, soprattutto se usate acriticamente e/o ideologicamente. Nella sfera politica, la vera differenza tra un uso critico e un uso ideologico delle motivazioni/passioni non sta tanto nella distinzione tra passioni positive o negative, ma in quella tra motivazioni di interesse individuale, prive di legami, e quelle che costruiscono connessioni, che puntano al bene comune. In questo senso, le motivazioni possono essere distinte in pubbliche o personali.

Le prime si riferiscono a quegli ideali, di ordine ideologico, etico, morale, storico, religioso o politico che muovono leader,  élite e popoli verso un fine comune. Esse costituiscono da sempre il substrato di una civiltà, la uniscono, la animano e la muovono. Le seconde nascono dal desiderio di riconoscimento, dall’ambizione di distinguersi, dalla necessità di soddisfare un proprio desiderio. Le motivazioni individuali, in politica, non possono essere anteposte a quelle pubbliche.

Oggi, anche nella comunità infermieristica, le motivazioni, soprattutto a livello collettivo, paiono subire, per svariati motivi, un indebolimento. Diffuso è il disagio causato dalla percezione sia di un inadeguato riconoscimento a livello sociale sia di una non chiarezza di obiettivi comuni; disagio che ha generato anche un certo disincanto e una certa disaffezione nei confronti della politica professionale e della motivazione a viverla in prima persona in termini meno attendisti o rivendicativi e più propositivi.

E allora, se, come detto poc’anzi, la differenza tra dimensione collettiva e individuale è data dai fini, come contraltare dei desideri personali, la politica professionale è chiamata oggi a riverberare nei suoi dibattiti il discorso sui fini che una professione deve perseguire più che sui mezzi. Il richiamo vigoroso e continuativo ai fini e la conseguente trasparente coerenza delle scelte, solleva il dibattito pubblico dal livello semplicemente rivendicativo e di breve periodo, proponendo visioni professionali e sociali di ampio respiro e di lungo termine, valorialmente fondate, sicuramente più motivanti.

[1]Giuseppe Marmo – Coordinatore della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2]Alessandro Bertellini, infermiere laureato magistrale, Dipartimento area medica, s.c.di medicina specialistica 2, Azienda Santa Croce e Carle di Cuneo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[3]Marco Orusa, infermiere laureato magistrale, Dipartimento area medica, s.c. di medicina specialistica 2, Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle di Cuneo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

Lealtà

A cura di Stefania Fagiano[1] e  Andreina Zavaglio[2]

 

Il termine lealtà deriva dal francese antico leial che, a sua volta, proviene dal latino legalis, ossia legale (secondo la legge). Il significato di lealtà è riferito a chi rifugge da menzogne e tradimenti, a chi è sincero, onesto, schietto, fedele, capace di mantenere gli impegni, a chi si batte apertamente, senza ricorrere a sotterfugi, a chi si comporta coerentemente con gli ideali in cui crede.

Nella sua dimensione più psicologica la lealtà si radica nel senso di appartenenza sociale, al sistema familiare, al gruppo di amici, all’ambiente di lavoro o all’azienda, al proprio Paese. In questo senso essa alimenta quella rete di relazioni – ispirate a equità e reciprocità – che sono indispensabili alla vita sociale e alla condivisione di responsabilità nella famiglia, nel lavoro, nell’organizzazione e anche nella politica, in nome del superiore rispetto delle regole e dei valori piuttosto che delle singole volontà personali.

La lealtà, quindi, ha molto a che fare anche con la giustizia. Già Platone sosteneva come solo l’uomo giusto può essere leale e riteneva la lealtà una delle più antiche manifestazioni della filosofia.

Anche nella deontologia la lealtà è una virtù che viene collocata sempre ai primi posti, al pari della competenza e dell’aggiornamento. Nell’infermieristica, ad esempio, essa è citata dal Codice Deontologico (2009) all’ art. 45, allorché afferma: <<L’infermiere agisce con lealtà nei confronti dei colleghi e degli altri operatori>>.

Frequentemente, però, in molti ambiti, l‘interesse personale, l’individualismo, il tornaconto sembrano far perdere a questa virtù il suo significato più genuino, lasciando spazio a comportamenti sleali, soprattutto nella prospettiva politica allorché si assiste allo sbilanciamento, spesso giustificato dal fine, tra l’interesse personale di chi fa politica e l’interesse della collettività che egli rappresenta. E’ certamente vero che in politica gli interlocutori sono molteplici e le parole che si danno sono tante: ma il fine ultimo di chi si occupa di politica è proprio quello di cercare un equilibrio tra la lealtà verso il bene comune e quella che deve a se stesso.

Tale equilibrio è possibile a una condizione: non si può essere leali verso l’altro, se prima non ci si è abituati, per lunga e costante disciplina, all’onestà nei confronti di se stessi. Essere onesti con se stessi, vuol dire essere capaci di riconoscere i moti del proprio animo, indipendentemente dall’uso che, poi, mediante l’esercizio della volontà, si deciderà di farne o di non farne. Chi è leale verso se stesso, lo è necessariamente anche verso l’altro: perché mentire a se stessi è più difficile che mentire agli altri.

Questo atteggiamento fonda quella strategia del “buon esempio”, molto più potente di quella delle “buone parole”, che può essere in grado di contaminare virtuosamente la politica professionale, l’organizzazione e non solo.

Sant’Agostino scriveva: “Se cerchi cose buone, sii prima tu stesso come quello che cerchi”.

 

[1] Stefania Fagiano, infermiera laureata magistrale, Ufficio flussi informativi Presidio Sanitario Humanitas Gradenigo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2] Andreina Zavaglio, infermiera laureata magistrale, Tutor pedagogica Corsi di Laurea in Infermieristica Università Piemonte Orientale, sede di Novara – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

Interesse

a cura di  Giuseppe Marmo[1] e Rachele Ferrua[2]

 

Il termine interesse deriva dal verbo lat. interesse, comp. di inter «tra» ed esse «essere», e significa appunto «essere in mezzo, partecipare, importare». Nella lingua italiana, questo termine indica abitualmente un’utilità, un vantaggio, una convenienza percepita da un soggetto o da una collettività in senso non solo materiale ed economico ma anche spirituale, morale. In termini di azione, esso è utilizzato per indicare una partecipazione pratica e attiva dello spirito a una qualsiasi realtà che si concreta in vario modo, ad esempio come desiderio di conoscere e di apprendere o come impegno nello svolgimento di qualcosa.

L’interesse, quindi, è inteso sia come spinta, sia come azione. Ma non solo. L’interesse può mettere in luce anche un legame. Quando?

Allorché lo  si interpreta come sollecitudine, come premura per una persona, tanto da partecipare, anche sul piano affettivo, a tutto ciò che la riguarda, desiderando il suo bene e adoperandosi anche per esso. In questo senso il concetto di interesse si presta particolarmente bene a rappresentare la mission dell’assistenza infermieristica: prendersi cura di qualcuno, infatti, significa anzitutto percepire e manifestare interesse nei suoi confronti, occupandosi di lui  e adoperandosi in suo favore.

Ma, mentre dal punto di vista assistenziale il termine interesse si innesta ontologicamente nell’infermieristica, non altrettanto si può dire sul piano della politica professionale.

Infatti, se l’interesse è suscitato dalla capacità attrattiva di un tema, di un ambito o di un soggetto, dalla capacità di richiamare e legare l’attenzione delle persone, oggi la politica non è “d’interesse” della stragrande maggioranza delle popolazione infermieristica.

E allora, che fare?

Si può operare innanzitutto per recuperare il significato più nobile di fare politica professionale nel senso di suscitare, far prendere interesse verso il bene comune, non solo in termini di benessere delle persone ma anche di  crescita e visibilità professionale.

Lo sviluppo di tale interesse riguarda tutti i livelli:

  • quello macro, verso le istituzioni, per uno sviluppo normativo che sostenga la crescita professionale a favore del cittadino e a tutela dei professionisti;
  • quello meso, verso le organizzazioni, in particolare aziende, università e ordini professionali, perché contribuiscano a sviluppare un’identità professionale forte e univocamente intesa;
  • quello micro, verso gli infermieri, affinché abbiano sempre ben presente la propria peculiarità professionale e la rendano manifesta, in modo coerente, nella propria pratica assistenziale.

[1] Giuseppe Marmo – Coordinatore della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2] Rachele Ferrua, infermiera laureata magistrale, Dipartimento area medica, s.c. di gastroenterologia, Azienda Santa Croce e Carle di Cuneo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

Giustizia

a cura di  Giuseppe Marmo[1] e  Patrizia Sampietro Coen[2]

 

La giustizia è un’idea regolativa propria del libero arbitrio umano. Nella storia del pensiero essa ha avuto definizioni diverse. Tra le tante, una è degna di rilievo: “ferma e costante volontà di dare a ciascuno ciò che gli spetta di diritto”[3].

L’idea di giustizia, però, è destinata a essere incompiuta. Non solo perché essa non può compiersi totalmente nel diritto, pur ispirandolo, ma anche perché essa appartiene a una dimensione filosofica o teologica che non può essere comune a tutti. Perciò essa non è né assoluta né personale. È  frutto di relazione: se essere giusti significa riconoscere il diritto di ciascuno, allora non si può non riconoscere ad altri il diritto di  avere un’idea di giustizia diversa dalla propria.

Che cosa può compromettere l’idea di giustizia?

In primo luogo l’arrendersi al positivo. Il pensare, cioè, che ha senso solo ciò che è dato (una certa norma, un certo stato di cose), e che sia naturale così. Anche tra gli infermieri è spesso presente un senso – mal vissuto – d’ineluttabilità dello status quo. Però, non è, forse, l’obbedienza alla realtà, senza spirito critico, a essere ingiusta? Infatti, non c’è nulla di naturale in qualcosa che non funziona e la giustizia è di per sé innaturale, come tutte le creazioni dell’uomo.

In secondo luogo il prevalere della giustizia al singolare. Quante idee diverse di giustizia circolano, senza dialogare, nei pensieri degli infermieri, generando incertezza o accondiscendenza al più forte o presunzione di verità?

Il senso di giustizia dovrebbe porci come infermieri in una costante tensione critica con il mondo, laddove riteniamo che esso non vada bene così come lo abbiamo trovato e lo viviamo. Solo così è possibile trasformarlo collettivamente attraverso un’azione politica che, pur nei limiti storici e culturali, non può dimenticare il suo nesso con l’idea di giustizia.

E la politica non si riduce a fare leggi. C’è, in democrazia,  chi è stato eletto per fare ciò.

La politica è anche, e soprattutto, “fare società”,  generare aggregazione, cooperazione, dialogo, integrazione fra le parti.

E questo è appannaggio di tutti, anche degli infermieri, quando, per oltrepassare l’esistente, mettono in discussione lo stato dell’arte, sollevano domande, avanzano richieste, dibattono nelle loro comunità le idee di giustizia esistenti.

[1] Giuseppe Marmo – Coordinatore della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2] Patrizia Sampietro Coen – Tutor pedagogico CLI AOU San Luigi Gonzaga Orbassano – – Membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[3]Ulpiano III sec. D.C.

Fine

a cura di  Massimo Corso[1] e Silvana Paoletti[2]

Il termine “fine”, dal latino  finis,   e il termine “finalità”, dal latino finalitas, indicano in generale lo scopo a cui è diretta un’azione o, come indica il sociologo Talcott Parson, “la situazione futura verso  la quale è orientato il processo dell’azione”.

Applicando tale concetto alla comunità professionale degli infermieri, possiamo dire che il “fine” (o “scopo”) ha il valore prioritario di giustificare l’intenzionalità (volontà e decisionalità) delle loro azioni (comunicative, intellettive, gestuali). Come tale, quindi, esso è elemento non solo orientante, ma anche discriminante per un vero esercizio di responsabilità e di accountability. In questo senso, il “fine” legittima l’utilità degli infermieri agli occhi della società.

E allora, di quale “fine” o “scopo” stiamo parlando?

In modo sintetico si può affermare che lo scopo dell’assistenza infermieristica, in quanto forma professionalizzata di aiuto, è il mantenimento o il ripristino “con” la persona assistita della sua qualità di vita, la migliore possibile, in relazione ai suoi problemi di salute e ai trattamenti. Qualità fondata sull’autonomia della persona stessa – ancorché modulata dalle sue condizioni di salute – nell’autogestire, in modo culturalmente connotato, il proprio vivere quotidiano.

È possibile perseguire tale fine solo attraverso il prendersi cura o, meglio, l’aver cura delle persone, portatrici di specifici bisogni che risultano non del tutto soddisfatti, per ragioni di salute e di deficit di autonomia.  L’aver cura si concretizza  attraverso “pratiche” infermieristiche selezionate, fondate scientificamente e culturalmente,  orientate a rinforzare o compensare le capacità della persona di affrontare la sua condizione.

Esiste, però, anche per l’assistenza infermieristica, un grave rischio che Edgar Morin evidenzia allorquando la “tecnica moderna”  si trasforma da strumento a fine, frutto di una concezione che nel nostro tempo è alquanto diffusa: la disgiunzione tra cultura  umanistica e scientifica.

Per superare tale rischio e per mantenere la propria cedibilità sociale è necessario che la comunità infermieristica recuperi la dimensione politica dei “fini” e riprecisi i “fini” della propria politica professionale. Innanzitutto esplicitando, chiarendo, precisando  il senso (nella sua duplice accezione di “significato” e di “direzione”) dell’assistenza infermieristica. E, in secondo luogo, adottando strategie di varia natura che consentano di perseguire tali fini, riorientando la pratica infermieristica, la sua organizzazione, la ricerca.

[1] Massimo Corso  – Coordinatore Infermieristico Terapia del dolore e cure palliative a domicilio e in Hospice – Hospice Bolzaneto – Associazione Gigi Ghirotti Onlus – Genova – Membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2] Silvana Paoletti – Coordinatore didattico Corso di  Laurea Magistrale Scienze Infermieristiche e Ostetriche Università Cattolica sede Cottolengo di Torino – Membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

Emancipazione

a cura di  Giuseppe Marmo[1] e Rachele Ferrua[2]

Emancipare, dal latino emancipare, [comp. di emancipare, a sua volta composto di manus e cipare, da capere «far prendere con la mano»] significa sostanzialmente liberare; nel diritto romano, l’emancipatio consisteva nella rinuncia del paterfamilias alla potestas esercitata su un filiusfamilias.

Ben più nota e di uso comune è la forma riflessiva di questo verbo, “emanciparsi”, che significa appunto liberarsi, sottrarsi a una soggezione, a una dominazione, a una condizione subalterna. Nel linguaggio sociale e politico, si traduce come il processo attraverso cui un popolo si libera da un sistema oppressivo, o una classe sociale si sottrae a una condizione subalterna e ottiene il riconoscimento dei propri diritti. A livello storico particolarmente noti e significativi sono stati, ad esempio, il processo di emancipazione dei neri d’America, avviato a seguito della guerra civile nella seconda metà dell’Ottocento, che ha portato al superamento dello stato di schiavitù, e il processo di emancipazione femminile, che ha portato alla parificazione dei diritti fra donna e uomo.

Il processo di professionalizzazione dell’infermiere in Italia è fortemente embricato con il concetto di emancipazione. L’allontanamento progressivo dalla storica ancillarità rispetto alla professione medica, a lungo osteggiato proprio da quest’ultima e de facto abolita con il mansionario (Legge 42/99), ha proiettato l’infermiere verso nuovi scenari di responsabilità e autonomia, rafforzando la natura intellettuale della professione e irrobustendo il valore del profilo professionale (DM 739/94) che, però, purtroppo, nei fatti, fatica ancora a realizzarsi dopo oltre vent’anni dalla sua emanazione. Questa condizione potrebbe essere ricondotta proprio a un persistente problema  di emancipazione culturale, non tanto dal medico, come in precedenza, quanto, più verosimilmente, da un’idea. Un’idea di infermiere che “fa qualcosa” piuttosto che “essere qualcuno”; idea che lo porta semplicemente ad adeguarsi e a sussistere nell’organizzazione sanitaria, anziché a realizzarsi come “responsabile dell’assistenza infermieristica”. Un’idea di infermiere che si è radicata negli anni, condizionando, di riflesso, non solo le nuove generazioni di infermieri, ma la stessa visione che ne ha l’utenza e l’intera popolazione.

A fronte di questa situazione culturale, il fare politica professionale dovrebbe condurre in primis ad agire per superare questo empasse: nelle Università, diffondendo fra gli studenti il significato più profondo del “campo proprio di attività e responsabilità” dell’infermiere; negli Ordini professionali, promuovendo la “buona” pratica professionale e aggregando gli infermieri intorno a un’identità rinnovata; nelle organizzazioni, sia tra chi ricopre ruoli dirigenziali, adoperandosi per il superamento di modelli assistenziali deprofessionalizzanti, sia tra chi presta in prima persona l’assistenza infermieristica, attraverso le proprie competenze e il proprio pensiero critico.

[1] Giuseppe Marmo – Coordinatore della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2] Rachele Ferrua, infermiera laureata magistrale, Dipartimento area medica, s.c. di gastroenterologia, Azienda Santa Croce e Carle di Cuneo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

Discernimento

a cura di Alessandro Bertellini[1] e Marco Orusa[2] 

Il termine deriva dal latino discernere, composto da dis– [separare] e cernere [scegliere]. Letteralmente significa “scegliere separando”.

In senso lato, tanto più in politica, il discernimento si riferisce alla facoltà di una persona di analizzare, distinguere e valutare un certa realtà con cognizione di causa sul piano morale e intellettuale, con l’obiettivo di formulare un giudizio e di scegliere, di conseguenza, un comportamento appropriato alle esigenze della situazione e orientato al bene comune.

Il discernimento guida, quindi, le persone a operare scelte tra ciò che è bene e ciò che è male usando il loro pensiero e le loro facoltà intellettuali. Per questo esso si nutre di saggezza e di sapienza, due virtù che conducono alla comprensione profonda e penetrante del reale. In questo senso il discernimento è la base della responsabilità che comporta, a sua volta, l’esercizio della libertà, soprattutto di pensiero.

Sul piano professionale sanitario il discernimento può essere sinteticamente rappresentato dalla famosa locuzione “agire in scienza e coscienza”.

Per quanto riguarda gli infermieri, la loro condotta, così come la loro immagine e il loro  status professionale, hanno subito importanti evoluzioni. Dall’epoca dell’ausiliarietà, che poneva l’infermiere in posizione di “obbedienza” esecutrice, non rendendo necessario l’esercizio del suo discernimento, all’era dell’autonomia e della responsabilità delle proprie scelte  per le quali il discernimento risulta fondamentale per esercitare l’accountability  verso le persone assistite, la società, le istituzioni.

Purtroppo, però, è ancora diffuso nel quotidiano degli infermieri un modo di agire che si conforma alla tradizione, che segue la routine, in organizzazioni spesso costrittive, e che opera reattivamente in difesa più che per discernimento.

Lo sviluppo e la diffusione delle evidenze scientifiche anche in ambito infermieristico offre oggi un sistema di riferimento per indurre gli infermieri a discernere tra “il si è sempre fatto così” e la pratica scientificamente fondata. Ma non basta. Infatti, la locuzione “operare in scienza e coscienza” prevede un secondo concetto, tipicamente individuale: quello di coscienza. Ciò rimanda a una dimensione più sapienziale che esige un’apertura alla totalità del sapere umano, senza frammentazioni che spesso fanno cadere nella trappola di pensare che la scienza sia il tutto. La scienza si inserisce nella sapienza; e scienza e sapienza costituiscono l’anima del discernimento.

Che cosa trarne sul piano della politica professionale?

Il discernimento non è istintuale o intuitivo, non si improvvisa. Deve essere educato. Fondamentale è quindi far maturare i professionisti attraverso il dialogo, il confronto, la riflessione, lo studio non solo tecnico-scientifico ma anche umanistico. E questo non solo in ambito formativo accademico ma anche nelle organizzazioni che dovrebbero costituirsi come ambienti di apprendimento che cercano e trasmettono un pensiero olistico scientificamente ed eticamente fondato e che aiutano a dare evidenza al senso dell’agire. Le scelte di politica professionale devono, quindi,  orientarsi ai professionisti, soggetti attivi del rapporto discernimento/responsabilità,  ma anche ai contesti di lavoro che inevitabilmente determinano un’influenza diretta sulla qualità di tale rapporto.

[1]Alessandro Bertellini, infermiere laureato magistrale, Dipartimento area medica, s.c. di medicina specialistica 2, Azienda Santa Croce e Carle di Cuneo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2]Marco Orusa, infermiere laureato magistrale, Dipartimento area medica, s.c. di medicina specialistica 2, Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle di Cuneo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

 

Condivisione

a cura di Paola Tortorella[1]

Il termine condivisione [possedere insieme, partecipare insieme] deriva dal latino cum e dividere, a sua volta, derivato dal latino  dis [separazione] e videre [vedere], letteralmente“vedere separato”.

Dall’inizio del nuovo millennio questo termine è entrato anche nell’uso dei social network, per indicare l’azione di rendere pubblico agli altri un determinato contenuto.

La condivisione può realizzarsi in varie forme: nella partecipazione comune a un progetto, in una tensione d’insieme, in un’esperienza vissuta insieme, nell’uso comune di risorse; condizione, quest’ultima, che supera il concetto di proprietà, di possesso a favore del dividerecon altri una risorsa, sia essa materiale o immateriale.

Secondo alcuni filosofi la parola chiave della nostra epoca è proprio “condivisione”, intesa come cooperazione, capacità dei singoli di lavorare assieme. Oggi esiste una vera e propria filosofia antropologica della condivisione che concepisce l’homo empaticus, più importante dell’homo economicus, orientato a tessere una rete sociale basata sullo scambio di idee, di progetti, di esperienze.

La condivisione è alla base, quindi, del bene comune, fulcro concettuale della politica. Essa consente ai cittadini di influire collettivamente sul piano  sociale, attraverso l’adesione a valori comuni, la consapevolezza che i più importati cambiamenti nella vita accadono sempre insieme agli altri e la concezione dell’azione politica come forma di auto-aiuto collettivo.

Condividere, però, non è affatto facile. Anche quando a essere condivisi sono beni immateriali, come quelli che esistono, sul piano professionale, nei luoghi di lavoro, nell’organizzazione, nelle sedi formative. Si oppongono, infatti, alla condivisione, l’individualismo, la competizione negativa, l’indifferenza o addirittura l’ostilità, la rigidità tra ruoli professionali. La presenza o l’assenza di tali atteggiamenti incidono fortemente non solo sull’esercizio professionale ma anche sulla concezione della politica professionale e sulla sua realizzazione.

Fare politica professionale senza condivisione, degli obiettivi, delle scelte e delle strategie, risulta impossibile e soprattutto poco produttivo ai fini dello sviluppo professionale.

E allora quale atteggiamento può far crescere la condivisione?

Uno fra tutti: la convinzione che tutto quanto esiste di immateriale nell’assistenza infermieristica, e non solo, non è patrimonio esclusivo dei singoli professionisti. Credere in ciò determina la necessità di entrare in relazioni di scambio con gli altri.

Con le persone assistite, nei confronti delle quali la condivisione si intreccia con l’empatia.

Con i colleghi, con l’équipe, con l’organizzazione, tutti corresponsabili di un progetto assistenziale che vive di informazioni e valutazioni che necessariamente devono essere condivise.

Con gli studenti, in ambito formativo, che solo attraverso la condivisione dei saperi e della passione possono crescere nel loro apprendimento.

Con tutta la comunità professionale attraverso la condivisione dei risultati emersi dalla ricerca e la partecipazione ai momenti collettivi di dibattito e di progettazione.

[1]Paola Tortorella, infermiera laureata magistrale, Dipartimento area medica, s.c. di gastroenterologia, Azienda Santa Croce e Carle di Cuneo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

Bene Comune

a cura di  Giuseppe Marmo[1] e  Silvana Paoletti[2]

Il  bene comune è un valore che nel tempo è stato più volte ridefinito in senso storico, filosofico, giuridico, economico, religioso. Fu Aristotele che per primo considerò i beni come i fini che l’uomo persegue nel suo agire, e la costruzione della polis, come il fine più alto che l’uomo possa perseguire. In questo senso,  il concetto di bene comune riconduce al bene della collettività, la res pubblica.

Da alcune  definizioni più recenti[3] è possibile evincere che il bene comune  è il bene fondamentale che accomuna tutti i membri della società: consiste nella comune umanità, nell’essere e divenire persone. Il perno del bene comune è, quindi,  la  persona che,  in quanto tale,  si realizza nella relazione comunitaria con altre persone. Il bene comune, inoltre,  è il frutto della condivisione di uno sforzo intenzionale  e consapevole, da parte di persone libere ma fallibili, in direzione di un obiettivo comune a tutti.

In relazione alla politica professionale infermieristica, il bene comune è poliedrico e si connota tra due polarità: l’impegno nella ricerca del miglior livello di salute e benessere possibile dei cittadini, il perseguimento della valorizzazione delle competenze professionali agite in contesti complessi e incerti, in coerenza con i principi etici/deontologici e nel rispetto della dignità  delle professioni sanitarie.

Che cosa può compromettere, in campo infermieristico, l’idea di  bene comune e vanificarne la ricerca?

Tra i molteplici fattori che possono essere citati, sicuramente spiccano per importanza: l’individualismo, lo sbilanciamento delle cure su aspetti tecnico scientifici a scapito degli aspetti umanistici, l’organizzazione dei servizi eccessivamente guidata da esigenze economiche e finanziarie.

Come affrontare tali fattori e come orientare e agire il pensiero verso il  bene comune? Le strategie possono essere varie e sicuramente contestualizzate. Però è possibile sottolinearne almeno tre: il consolidamento di   forme di aggregazione e di partecipazione, anche multi professionale,  alle scelte  in campo infermieristico e sanitario con il coinvolgimento diretto anche dei cittadini; la rivalorizzazione della funzione culturale, e non solo manageriale, della leadership professionale; la promozione di riflessioni, approfondimenti, dibattiti sui valori che dovrebbero guidare le strategie politiche professionali, organizzative, assistenziali, formative e di ricerca.

[1] Giuseppe Marmo – Coordinatore della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2] Silvana Paoletti – Coordinatore didattico Corso di  Laurea Magistrale Scienze Infermieristiche e Ostetriche Università Cattolica sede Cottolengo di Torino – Membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[3]Tratte da Nell’educazione le ragioni e l’esperienza del bene comune. Documento finale del 3° incontro nazionale del tavolo interassociativo; Roma, 2009 e da Torniamo alle radici del bene comune di Luigi Campiglio, docente di Politica economica Università Cattolica del  Sacro Cuore.

 

Alleanza

a cura di Alessandro Bertellini[*] e Marco Orusa[†]                   

Alleanza deriva dal francese alliance. Nella lingua corrente il termine è ascrivibile a vari significati. Quello principale si riferisce a un patto internazionale in virtù del quale due o più Stati s’impegnano a concedersi reciprocamente appoggio in vista del raggiungimento di un comune obiettivo politico. Un’alleanza si forma, per ragioni di necessità o di opportunità, tra forze politiche o schieramenti parlamentari divisi tra loro per diversità di tradizioni e d’indirizzo. Per estensione è un’alleanza un’unione fra partiti, enti, organismi vari, costituita per il conseguimento di scopi comuni.

È da notare come il concetto politico del termine sia già racchiuso all’interno della sua definizione.

Nella storia religiosa vi è l’alleanza tra Dio e l’uomo. Il patto stabilito da Dio con Noè, Abramo e l’intero popolo d’Israele attraverso Mosè: esso assicurava la conquista della Terra promessa esigendo da parte degli Israeliti l’obbedienza ai precetti divini e la fedeltà alle tavole della legge.

Dunque, un’alleanza nasce ed è sostenuta da un scopo, da un ragione d’essere, sia esso un valore, un guadagno o una necessità. Quando due o più parti si alleano tra loro fanno una scelta: quella di condividere lo stesso obiettivo, nella consapevolezza che insieme sono più forti.

C’è un termine che si accosta ad alleanza ed è cobelligeranza che, però, non è propriamente un suo sinonimo perché esprime l’azione di più gruppi verso un medesimo avversario senza però aver stipulato alcun patto tra loro. Questo termine, preso in prestito dal linguaggio bellico, è presentato a scopo esemplificativo di quanto spesso accade in ambito sanitario.

I professionisti sanitari delle diverse professioni, infatti, pur combattendo lo stesso avversario, la malattia, spesso, purtroppo, non sono alleati. Ogni professionista fa la sua parte, senza condividere un piano comune. Vivere nel quotidiano l’alleanza tra professionisti sanitari, invece, permetterebbe non solo di migliorare la qualità dell’assistenza erogata, ma anche di consentire agli stessi professionisti di conoscere reciproci modi di pensare e agire, generando rispetto e accrescendo la dignità delle professioni.

In termini di politica professionale, creare alleanze con le altre professioni è un’opportunità anche per elevare la professionalità dei singoli infermieri, per difendere la loro dignità e per fare il bene delle persone assistite che sono le protagoniste dell’assistenza.

In questa prospettiva la parola alleanza assume la dimensione di “alleanza terapeutica” che si traduce in ambito clinico in relazione terapeutica, fondamentale per la qualità delle cure sanitarie, costruita a partire da un patto tra infermiere e persona assista. Non sempre però alla persona assistita è chiara questa alleanza, la posizione che assume l’infermiere al suo interno, il ruolo che essa ha nel suo trattamento.

Ne derivano alcuni possibili impegni politici per la professione infermieristica.

Innanzitutto, quello orientato a divulgare maggiormente un’immagine positiva di chi è l’infermiere e del suo campo di intervento, oltre gli stereotipi sociali.

In secondo luogo, quello di sostenere la costruzione di alleanze, intese come condivisioni di intenti e di strategie assistenziali, tra professionisti per rendere sinergiche e integrate le rispettive azioni nei confronti della persona assistita.

In terzo luogo, quello di sollecitare le organizzazioni, gli organismi associativi e di rappresentanza, essi stessi fondati su un principio di alleanza, ad allearsi tra loro per riconoscere e valorizzare le competenze infermieristiche, la dignità professionale e la qualità della formazione infermieristica.

[*]Alessandro Bertellini, infermiere laureato magistrale, Dipartimento area medica, s.c.di medicina specialistica 2, Azienda Santa Croce e Carle di Cuneo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[†]Marco Orusa, infermiere laureato magistrale, Dipartimento area medica, s.c. di medicina specialistica 2, Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle di Cuneo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)