Zelo

a cura di  Patrizia Sampietro Coen[1]e  Andreina Zavaglio[2]

 

La parola “zelo” (dal latino tardo zelus, a sua volta dal greco zelos, “spirito d’emulazione”) significa “fervido, operoso impegno che si spiega e si dimostra in un’attività o per la realizzazione di un fine”.

Lo zelo rappresenta, quindi, un impegno assiduo, sollecito, laborioso. Però è una parola ambivalente: se da un lato, infatti, è cifra di entusiasmo, di aderenza a un ideale, dall’altro può anche essere cifra di arrivismo e ambizione, quando è messo in pratica per tornaconto personale, contro il bene comune, oppure quando interferisce nelle attività e nelle faccende altrui.

Dal punto di vista professionale, lo zelo non può essere concepito solo come un’attitudine personale caratterizzata da impegno e solerzia; esso poggia sul delicato equilibrio tra competenza specifica, rigore metodologico e sensibilità etica. Non solo. Un ulteriore elemento da non sottovalutare, quando si parla di zelo, è il suo rapporto con la conoscenza. Luigi Einaudi sosteneva, a questo proposito, che molto spesso l’azione va incontro all’insuccesso perché non di rado le conoscenze, radunate con fervore di zelo, non sono guidate da un filo conduttore.

Un professionista zelante nell’accezione positiva del termine, dunque, dimostra di possedere conoscenze, competenze, entusiasmo e passione.

In un’ottica di politica professionale infermieristica lo zelo dovrebbe applicarsi a quelle decisioni che sostengono la comunità nel perseguire, con passione, l’ideale di servizio. Perseguire un ideale non vuol dire inseguire l’irraggiungibile; vuol dire, al contrario, aspirare concretamente a qualcosa, far valere, cercar di ottenere, insistere nel domandare, nell’esplorare, essere in tensione verso ciò per cui vale la pena, per ciò che ha così valore da giustificare e indurre un impegno anche gravoso.

Ed è proprio su quel “ciò per cui vale la pena” che la politica professionale dovrebbe esprimersi, per stabilire consensualmente le priorità collettive – che possono anche non coincidere con quelle personali – sulle quali far convergere le energie e gli interessi della comunità.

L’impegno zelante, quindi, anche a livello collettivo, sottende non solo un’intenzionalità razionale, ma anche una passione, un’anima (etimologicamente soffio vitale) nel pensiero e nell’azione.

Per un infermiere, perseguire con zelo l’ideale di servizio, può essere, quindi, interpretato come un atteggiamento, volitivo e appassionato, teso a offrire cure infermieristiche competenti, lasciandosi guidare, nelle valutazioni, nelle decisioni, nelle azioni, dalla concezione che la propria comunità professionale ha del modo di vedere e di sentire la funzione di cura rivolta dagli infermieri alla società.

[1] Patrizia Sampietro Coen – Tutor pedagogico CLI AOU San Luigi Gonzaga Orbassano – – Membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2] Andreina Zavaglio, infermiera laureata magistrale, Tutor pedagogica Corsi di Laurea in Infermieristica Università Piemonte Orientale, sede di Novara – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

Virtù

a cura di  Giuseppe Marmo[1]

 

La parola latina virtus, [virilità], dal latino vir [uomo] si riferisce letteralmente alla forza fisica e al coraggio.

In epoca omerica la virtù [areté], è associata all’idea di “eccellenza”, alla capacità di svolgere abitualmente una certa azione in maniera ottimale.

Quindi, la virtù, o meglio, le virtù sono abilità, buone abitudini, esercitate, come dice Aristotele, per conseguire il bene. Ne deriva che la virtù implica un agire concreto (virtuoso), un operare dell’individuo nella direzione del bene.

Tale operare, però, non può essere arbitrario. A nessuno, infatti, è concesso di conseguire il proprio bene se non permette anche agli altri di conseguire il loro. La virtù non invade lo spazio dell’altro, ma libera spazio perché l’altro possa essere meglio e più autenticamente raggiunto dalla sua libertà.

L’esercizio pratico della virtù, o meglio delle virtù, trova, quindi, un suo territorio elettivo nei rapporti che ciascuno intrattiene con i sistemi relazionali che quotidianamente attraversa e costruisce: fra persone, fra individui e collettività plurali, fra collettivi e sistemi sociali strutturati.

Pertanto, il territorio operativo delle virtù sta certamente negli individui, ma trova concretezza ed efficacia soprattutto nelle relazioni sociali.

Ed è su questo aspetto che si innesta la dimensione virtuosa della politica che, come afferma Machiavelli, si definisce non a priori ma in base a un bene specifico; essa, infatti, non si fonda su un’idea di bene che la precede, ma persegue, costantemente in fieri, un suo particolare bene. Quale? La pace. Concetto ripreso da Hobbes il quale sostiene che la politica non deve indicare condotte; suo compito essenziale è fare in modo che ogni uomo, perseguendo la propria idea di bene, non la imponga ad altri. Proprio per questo si sostiene che la virtù fondamentale della politica è la giustizia; soltanto se si mantiene l’ordine virtuoso dei rapporti umani di può disinnescare il conflitto.

In tema di rapporto tra virtù e politica è emblematicamente sintetica la famosa Allegoria del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena: i cittadini virtuosi, accomunati dalla Concordia, vincono i loro nemici guidati dal Governo del Bene Comune assiso in trono, ai cui lati, segnati a sinistra dalla Pace e a destra dalla Giustizia (ispirata dalla Sapienza), siedono la Fortezza, la Prudenza, la Magnanimità e la Temperanza.

Fare politica, anche professionale, richiede l’esercizio di tali virtù, anche se oggi può sembrare desueto ed è, in molti casi, critico. Critico perché l’esercizio delle virtù esige – dote non così diffusa – l’aver maturato la capacità di interpretare e valutare le singole situazioni oltre se stessi e il semplice rispetto della legge, morale o civile che sia. E ciò richiede equilibrio intellettuale e affettivo che si matura solo partecipando a processi educativi e culturali tipici di una comunità portatrice di un patrimonio di uomini saggi e di esempi, forme, stili che si assimilano culturalmente. La virtù non si insegna, pensava già Aristotele; la si trasmette con l’esempio, l’accompagnamento, la correzione, da parte di vite già virtuose, in ambienti culturalmente adeguati.  Questa è una sfida anche della politica professionale: combattere ogni forma di sottovalutazione delle virtù e alimentare quei circoli virtuosi negli ambienti di cura che possano consentire alle nuove generazioni di ereditare un patrimonio di valore e perpetuarlo nel tempo.

 

[1] Giuseppe Marmo – Coordinatore della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

Utilità

a cura di Rachele Ferrua[1]

 

La parola utilità, dal lat. utilĭtas -atis,, indica la qualità, la condizione, la proprietà di ciò che è utile, che, cioè,  può essere usato o che reca vantaggio, beneficio, aiuto (materiale o morale). Un’attività lavorativa e, ancor di più, una professione, sono considerate utili socialmente se, in un dato contesto e periodo storico, sono in grado di offrire beni e/o servizi efficaci e soddisfacenti in risposta a una specifica domanda.

L’utilità sociale di una professione sanitaria come quella infermieristica è, quindi, fortemente dinamica, perché storicizzata e contestualizzata. In altre parole, la domanda di servizi di oggi può non essere presente domani nelle stesse forme: ciò comporta obbligatoriamente la necessità di professionalità adattabili ai tempi. E ciò è avvenuto nella storia. L’assistenza infermieristica si è modulata nel tempo in relazione allo sviluppo scientifico – tecnologico e alle modificazioni culturali; ma ciò è avvenuto mantenendosi solidamente ancorata a valori stabili e storicamente fondati. L’accudimento delle persone malate, morenti, anziane o comunque fragili è stato sempre presente nell’assistenza, seppur in forme diverse, anche se si è concordi nell’attribuire a Florence Nightingale l’avvio della trasformazione di queste pratiche verso la moderna infermieristica e, soprattutto, verso il suo riconoscimento sociale come professione. Quale fu la forza di Nightingale sul piano sociale tanto da essere acclamata, al suo rientro in patria dalla Crimea, come eroina nazionale? Fu la forza del risultato: l’abbattimento della mortalità dei militari britannici grazie al suo operato. Fu questo risultato a legittimarla socialmente e anche sul piano dell’influenza politica: aveva dimostrato come l’assistenza, garantendo un ambiente terapeutico e controllato nelle sue condizioni igieniche, fosse in grado di migliorare notevolmente la vita delle persone e l’esito delle cure erogate. Fu, quindi, la possibilità della popolazione di constatare concretamente, dati alla mano, che l’assistenza delle infermiere era servita, a determinarne il riconoscimento. E’, quindi, sulla logica di servizio che poggia l’utilità sociale dell’assistenza infermieristica. Giova ricordare, a questo proposito, che il verbo servire significa proprio essere utile.

Oggi, però, su questo punto, esiste il rischio di una distorsione nel concepire e nel percepire l’assistenza infermieristica.

Infatti, poiché un servizio, rispetto a un bene, è caratterizzato da intangibilità, in una cultura, anche sanitaria, saldamente ancorata a ciò che è materiale, misurabile e riproducibile, è forte la tendenza a sminuire l’importanza del servizio nelle sue componenti astratte (vedi la relazione) e di reificarlo, privilegiando la sua dimensione tangibile (vedi la prestazione tecnica).

Questa tendenza fa perdere la possibilità di comprendere appieno il contributo sociale dell’infermiere. L’utilità sociale dell’assistenza infermieristica oggi, infatti, non risiede nell’esercizio di compiti proceduralizzati, ancorché importanti e necessari. Alla popolazione non interessa che un infermiere semplicemente faccia qualcosa, ma che ottenga risultati per lei utili, in risposta alle proprie necessità. Per questo motivo da alcuni anni si è sviluppato un forte interesse culturale e scientifico sugli esiti (outcome) sensibili all’assistenza infermieristica.

Questa è la strada che gli infermieri – e la politica professionale – devono percorrere per alimentare il proprio riconoscimento sociale: rendere evidenti a se stessi e soprattutto ai fruitori dell’assistenza, i risultati che essi possono dimostrare  di aver contribuito  a ottenere.

[1] Rachele Ferrua, infermiera laureata magistrale, Dipartimento area medica, s.c. di gastroenterologia, Azienda Santa Croce e Carle di Cuneo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

Trasparenza

a cura di Claudia Gatta[1] e Monica Rolfo[2]

 

La trasparenza è la capacità di un corpo di permettere il passaggio, attraverso il suo spessore, di radiazioni luminose e, quindi, la visione di oggetti situati al di là di esso. L’etimologia del termine deriva dal latino medioevale “transparens”, composto da “trans” (attraverso) e “pareo” (apparire/mostrarsi).

La trasparenza, dunque, è una caratteristica di ciò che si vede, di come si vede o, ancora, di come si appare. Il concetto di trasparenza, quindi, si può leggere in due modi: da un lato, come caratteristica di un oggetto che lascia filtrare luce, ovvero come la capacità di quest’ultimo di far vedere ciò che sta oltre a sé; dall’altro, come una modalità della vista stessa.

Nell’attività infermieristica il concetto di trasparenza può essere associato a quello di visibilità, intesa non tanto come la messa in mostra di sé da parte dell’infermiere, quanto come la sua capacità di far emergere e rendere evidenti, a sé, alle persone assistite, ai colleghi, scopi, obiettivi, significati delle proprie relazioni e dei propri interventi, da quelli più semplici a quelli più complessi. Infatti, come dice Colliere[3], “l’assistenza infermieristica inizia dall’incontro tra almeno due persone ….. e si propone di determinare la natura e la ragione delle cure da prodigare ….. attraverso un processo di scoperta e delucidazione”

Scoprire, in questo senso, significa “togliere il velo” che copre il senso di ciò che si fa; in altri termini, per l’infermiere, vuol dire rendere trasparente il proprio campo di azione, sul quale egli è disposto a rendere conto agli altri in termini di accountability.

In chiave politica, anche professionale, la trasparenza veicola significati di chiarezza, pubblicità, assenza di ogni volontà di occultamento e di segretezza; in particolare, attraverso, l’accessibilità a quelle informazioni che permettono a tutti di comprendere le scelte politiche compiute e attraverso la qualità delle relazioni tra chi detiene il potere, le organizzazioni e i fruitori di tali organizzazioni. Entrambi questi fattori sono a fondamento delle democrazia partecipativa. Però presentano criticità.

Per quanto concerne le informazioni è palese il fatto che l’ignoranza totale o parziale delle stesse determina una posizione di potere squilibrata tra chi le detiene e chi no.

Sul fronte delle relazioni di potere, poi, la mancanza di trasparenza aumenta la possibilità, per chi riveste autorità, di abusare del proprio potere, di curare interessi esclusivi anziché pubblici, di assumere decisioni a porte chiuse limitando notevolmente la partecipazione più allargata alle decisioni e soprattutto il controllo esterno.

Rendere trasparente la politica professionale, a tutti i livelli e in tutti i contesti, richiede, pertanto, curare con il massimo impegno la circolarità delle informazioni, favorendo la partecipazione interattiva di tutti i professionisti, e la rendicontazione di ciò che viene deciso e realizzato. La trasparenza rappresenta, quindi, da una parte, uno stile che caratterizza le relazioni personali e istituzionali e, dall’altra, un indicatore di quell’onestà intellettuale, individuale e collettiva, che qualifica il buon governo.

[1] Claudia Gatta – Coordinatore Dipartimento Medico Ospedale degli Infermi di Biella – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2] Monica Rolfo, infermiere laureato magistrale,  RSS Servizi Assistenziali Sanitari Humanitas di Torino – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[3] Collière MF. Aiutare a vivere, dal sapere delle donne all’assistenza infermieristica. Milano:Sorbona, 1992.

Scaltrezza

a cura di Ida Ginosa[1]  e  Andreina Zavaglio[2]

 

La parola scaltrezza significa accortezza, astuzia, furbizia. L’etimologia del termine è sia latina, da calterire (cauterium = ferro rovente o braciere) sia greca da kauterion(da cui cauterizzare in medicina). Entrambe le origini fanno riferimento al fuoco che rappresenta  qualcosa che si apprende per sempre (“il fuoco è un maestro severo ma ciò che insegna lo imparano tutti”). Lo scaltro, quindi, è colui che “è diventato accorto dopo una bruciatura”.

La scaltrezza, nell’immaginario collettivo, è spesso associata a un’interpretazione negativa che evoca la furberia del faccendiere. Ma non è così. Scaltro è anche colui che intelligentemente ha appreso dall’esperienza e l’ha tradotta in abilità; è colui che è accorto e perspicace nella parola e nelle azioni, in un’ottica di lungimiranza e previsione del futuro, sia che si occupi di questioni relative alla propria vita, anche professionale, sia che si occupi di questioni relative al bene comune, anche a livello di politica professionale.

La scaltrezza, quindi, non ha un valore di per sé. Sono i fini che la giustificano nella sua accezione positiva o negativa.  Si può essere scaltri sul piano individuale, collettivo e politico sapendo colpire o sfruttare i punti deboli di coloro che si ritengono avversari per ottenere vantaggi a titolo personale; oppure per fare scelte a vantaggio della comunità.

La scaltrezza, pertanto, è una dotazione intellettiva che deve essere, però, orientata dall’etica.

In questa prospettiva, la scaltrezza si combina con il discernimento, inteso come facoltà di una persona di analizzare, distinguere e valutare un certa realtà con cognizione di causa sul piano morale e intellettuale, con l’obiettivo di formulare un giudizio e di scegliere, di conseguenza, un comportamento appropriato alle esigenze della situazione e orientato al bene comune.

Essere professionisti scaltri, nell’accezione positiva del termine, significa essere lungimiranti nel fare scelte appropriate, senza cadere nelle trappole dell’ingenuità o della superficialità, per trasformare consapevolmente l’esperienza quotidiana in abilità spendibili nel futuro.

La scaltrezza può essere coltivata dall’infermiere in più modi. Tra gli altri, indubbiamente, la preparazione approfondita, sia clinica sia manageriale, che gli consenta di disporre di strumenti utili ad analizzare e comprendere il contesto e di prevederne gli sviluppi futuri. Preparazione, però, che non può ridursi a una conoscenza nozionistica, decontestualizzata ma che deve concretizzarsi nella capacità di integrare sapere-operare, attraverso il filtro del pensiero critico.

Analogo discorso vale per la prospettiva di politica professionale: la scaltrezza non può prescindere dalla preparazione, né dalla perspicacia nel valutare con attenzione le opzioni sulle quali è richiesta una scelta, né, tanto meno, dalla ferma attenzione ai fini collettivi che si intendono perseguire.

[1] Ida Ginosa, Tutor pedagogica Corso di Laurea in Infermieristica Università Cattolica sede Cottolengo di Torino – Membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2] Andreina Zavaglio, Tutor pedagogica Corso di Laurea in Infermieristica Università Piemonte Orientale sede di Novara – Membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

Riflessione

a cura di Vincenzo Colino[1]

 

Il termine riflessione deriva dal latino reflectĕre [volgere indietro] composto da re- [indietro] e flectere [piegare].

Tralasciando il significato che la fisica attribuisce a tale termine, relativamente al raggio luminoso che si riflette su una superficie liscia e lucida, in filosofia, la riflessione è intesa come l’operazione con cui l’intelletto conosce se stesso e le proprie funzioni, oppure, come dice Locke, “l’attività interna al soggetto capace di esaminare e formare le idee complesse” o, secondo Kant, come “conoscenza della relazione tra le rappresentazioni date e le nostre varie fonti di conoscenza”.

Più in generale, dal punto di vista intellettuale, la riflessione è intesa come il ripiegarsi della mente su se stessa, il rimandare il pensiero a qualcosa, riconsiderandolo, per pervenire a un giudizio più meditato.

In questo senso la riflessività pone una distanza tra il soggetto e la realtà, collocandolo in una posizione di esteriorità rispetto alle situazioni esperite. Tale posizione gli permette di discernere fra ciò che la mente considera senza soffermarsi e ciò che invece è meritevole di essere rivisto, ricontemplato. Tale discernimento consente di distinguere il sapere cronachistico e nozionistico, spesso labile, da quello metabolizzato e introiettato, utile per concettualizzare l’azione e formulare giudizi ponderati.

Nella vita quotidiana degli infermieri – nella clinica, nella direzione e organizzazione dei servizi, nella formazione e nella ricerca – si manifestano continuamente problemi la cui soluzione necessita di ragionamenti complessi, con tempi di comprensione e di analisi ragionevolmente lunghi.

Tanto più nella politica che, per sua natura, richiede la costruzione, nient’affatto semplice e immediata, di appropriati schemi di comprensione e di azione, da capitalizzare come patrimonio intellettuale riutilizzabile nel tempo. Tali schemi non possono che essere frutto di un meditato studio riflessivo sia sul piano teorico sia su quello esperienziale.

Esistono, però, al riguardo due posizioni critiche.

La prima è legata alla percezione comune, anche in chi ricopre ruoli politico-professionali, che la realtà operativa, spesso costrittiva, non lascia tempi e spazi sufficienti di riflessione. Tale percezione, però, è frutto di un’erronea concezione che considera il riflettere e l’agire come due pratiche nettamente distinte, tendenti a escludersi. Non è così. Spesso, al contrario, l’agire e il riflettere si compenetrano, alimentandosi reciprocamente. È quello che D. Schön chiama “riflessione nel corso dell’azione” e“riflessione sull’azione”.

La seconda posizione è legata all’atteggiamento riflessivo sì, ma individualistico, privo di confronti e di dispute serie, che porta i soggetti a sostenere argomentazioni – ma spesso solo opinioni – ritenute valide per il solo fatto di essere state da loro pensate. Questa criticità alimenta la sterilità del pensiero pregiudiziale e stereotipato a scapito della ricerca della miglior verità possibile.

Allenarsi, sul piano individuale, a coniugare consapevolmente riflessione e azione e, sul piano collettivo, intensificare le occasioni di dibattito, di confronto sulla base di una riflessione collettiva fondata, rappresentano due strategie utili che una buona politica professionale dovrebbe perseguire. Ma sono anche, al contempo,  due strategie rivitalizzanti per la stessa politica professionale, nella misura in cui chi la interpreta rifugge dalle semplificazioni di un pensiero reattivo, immediato e contingente e dall’arroccarsi su posizioni egocentriche.

[1]Vincenzo Colino, Infermiere laureando magistrale – S.C. Cardiologia 1– ASL Città di Torino – Ospedale Maria Vittoria di Torino – Membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

 

Qualità

a cura di Ricardo Sperlinga[1]

 

La qualità è una proprietà che caratterizza una persona, un animale o qualsiasi altro essere, una cosa, un oggetto o una situazione, o un loro insieme organico, un’organizzazione, soprattutto in relazione a particolari aspetti e condizioni, attività, funzioni e utilizzazioni.

Se, in generale, la politica è l’arte di amministrare la cosa pubblica, allora la politica professionale è l’arte di amministrare e favorire lo sviluppo di una professione, quale quella infermieristica, che seppur nella sua giovinezza conta su numeri davvero importanti (440000 infermieri circa), anche se il numero di infermieri/1000 abitanti (media 6.5) è uno tra i più bassi d’Europa.

Ed è proprio il concetto di arte, applicato alla politica, che rimanda al concetto di qualità.

Ma su che cosa si basa il rapporto tra qualità e politica e la qualità della politica professionale?

La risposta non è semplice perché tale relazione, in qualsiasi ambito, assume un’accezione diversa a seconda di come essa viene definita. Due aspetti, però, sono imprescindibili.

Il primo. Se la politica è tesa a migliorare la qualità di una compagine professionale e a promuovere la qualità del lavoro di gruppi (società scientifiche, università, direzioni aziendali,………),  in costante relazione tra loro e con i sistemi all’esterno, tale impegno non è mai neutrale. Su ciò si fonda il prerequisito morale della qualità della politica: qualunque orientamento si prenda, fare politica professionale di qualità significa innanzitutto muoversi nei confini di un agire morale secondo “scienza e coscienza”, seguendo principi etici e di onestà, assumendo decisioni sulla base di valutazioni complesse, stabilendo priorità non individuali ma collettive, definendo la strategia migliore per perseguire il bene comune e per superare le difficoltà a entrare nella modificazione dei processi organizzativi e assistenziali.

Il secondo aspetto di qualità è correlato a chi fa o dovrebbe fare politica professionale.

È vero che ogni singolo professionista ha una tale responsabilità, proporzionata ovviamente al suo ruolo, ma al tempo stesso è altrettanto vero che egli ha la necessità di sentirsi sostenuto da una rete di enti istituzionali e soggetti facilitatori (ordini professionali, direttori e dirigenti assistenziali, professori universitari ecc..)  all’interno di un dialogo attivo e costruttivo.   Solo che assumersi responsabilità di politica professionale senza un’adeguata preparazione ed esperienza, condizioni che consentono di muoversi strategicamente in un contesto in cui l’orientamento prevalente è rivendicativo, deresponsabilizzante, disaggregante, rende l’azione politica asfittica, contingente, più tattica che strategica, spesso difensiva.

Quali possibili orientamenti per migliorare la qualità della politica?

In primo luogo irrobustire la competenza politica, attraverso una buona formazione dedicata; in secondo luogo far crescere una leadership più forte nel catalizzare interessi e obiettivi collettivi; in terzo luogo fare rete tra colleghi, promuovendo a tutti i livelli la qualità della professione attraverso, ad esempio, strategie di potenziamento della competenza nell’ambito clinico-assistenziale e della ricerca intesa anche come stile di lavoro che applica i risultati della ricerca stessa nei contesti di cura.

Tale potenziamento culturale è conditio sine qua non di una politica di qualità ma è un processo lento, ancorché duraturo, che richiede necessariamente di scuotere le coscienze a tutti i livelli: operativi, dirigenziali, politici interni e esterni alla professione.

[1] Riccardo Sperlinga  – Tutor pedagogico Corso di Laurea in Infermieristica Università Cattolica sede Cottolengo di Torino – Membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

Potere

a cura di Chiara Gammarota[1] e Federica Fenoglio[2]

 

“Potere” è un concetto con plurimi significati. Deriva dal verbo latino arcaico posse, che indica l’“essere capace di fare qualcosa”.

Nella sua più tradizionale accezione, il potere si configura come forma di dominio dell’uomo sulla natura e su un altro uomo.  Il suo uso più frequente è collegato alla politica, designando la facoltà decisionale sugli altri in rapporto all’esercizio dell’autorità.

Un altro significato di “potere”, molto interessante in termini politici, è quello relativo alla capacità di influenzare qualcuno o qualcosa.

È necessaria, però, una distinzione fra i concetti di potere e di influenza, perché operano secondo logiche differenti. Un semplice esempio può chiarire. Se un individuo possiede un potere che si trova, a un certo punto, a dover spartire con altre nove persone, avrà un decimo del potere che aveva prima. Nella prospettiva dell’influenza, invece, avrà nove partner, che condividono lo stesso messaggio. Il potere funziona per divisione, l’influenza per moltiplicazione. Ma se i due termini vengono coniugati nella locuzione “potere di influenza” la sinergia diviene evidente. Tale coniugazione, però, è frutto non di un automatismo ma di una decisione etica. Perché un leader può decidere, con il suo potere, di mobilitare gli altri trattandoli come mezzi, non come fini, come cose e non come persone, soffocandole. Ma può anche parlare ai bisogni e alle aspirazioni delle persone, coinvolgendole per raggiungere obiettivi collettivi. Questa è una scelta etica che origina da una visione umanistica del potere, ponendo il leader in una posizione di influenza più che di comando, di servizio più che di dominio.

Per traslato, gli infermieri hanno potere nell’accezione di influenza sopra richiamata?

Essi per un lungo periodo si sono reputati privi di potere. Però questo è un punto di vista debole e, forse, non legittimo. Il loro essere “professionisti di servizio” nei confronti del cittadino, infatti, li rende influenti perché sono proprio i cittadini che, nella misura in cui riconoscono la loro utilità sociale, conferiscono loro, tacitamente, il potere di influenzare il sistema sanitario e, quindi, di operare anche in chiave politica. È vero che non tutti gli infermieri hanno potere, ma tutti possono avere influenza. Questo non dipende né dalla carica, né da un titolo.

Quali condizioni rendono possibile ciò?

In primo luogo, imprescindibilmente, la competenza, fattore che consente agli infermieri di essere utili socialmente e legittimati ad avere voce in capitolo nelle scelte, a vari livelli, che orientano il sistema verso il bene comune. In altri termini, il potere della competenza genera potere di influenza perché chi è competente è credibile, gode di buona reputazione ed è convincente.

In secondo luogo la volontà degli infermieri di aggregarsi con altri, condividendo valori, aspettative, obiettivi e strategie per generare movimenti di pensiero e “narrazioni” in grado di esercitare influenza sul sistema e perseguire obiettivi professionali collettivi, dando senso alla stessa comunità professionale e consolidandone, di conseguenza, la dimensione politica.

[1] Chiara Gammarota, Infermiera laureata magistrale – S.C. Medicina Generale – Presidio Sanitario Ospedale Cottolengo di Torino – Membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2] Federica Fenoglio, Infermiera laureata magistrale – Libera professionista – A.O.U. S. Luigi Gonzaga di Orbassano – Membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

Opportunità

a cura di Fabio Bidoggia[1]

 

Adeguatezza, appropriatezza, pertinenza, vantaggio, possibilità, occasione, circostanza favorevole sono solo alcuni dei sinonimi di opportunità. Il termine deriva dall’aggettivo opportuno o opportūnus (dal latino) riferito in origine al vento che spinge le navi nei porti; in senso figurato è opportuno qualcosa di adatto o favorevole a un determinato scopo. Nel linguaggio politico-giuridico il termine si accosta invece all’aggettivo pari (pari opportunità) indicando il complesso di normative finalizzate a eliminare le disparità tra uomo e donna nella formazione scolastica e professionale, nell’accesso al lavoro e nella progressione di carriera.

L’etimologia restituisce due chiavi di lettura applicate all’infermieristica: l’infermiere agisce in modo appropriato (o opportuno), rispondendo ai bisogni di assistenza infermieristica, ma con uno sguardo rivolto al futuro, cogliendo le possibilità di sviluppo della professione tra limiti e vincoli degli attuali sistemi organizzativi.

Essere infermiere, nell’odierno sistema sanitario in continua evoluzione, pone una serie di sfide alla professione; tali sfide non solo possono alimentare delle frustrazioni, ma offrono agli infermieri le opportunità di svolgere un ruolo determinante per il loro futuro professionale.

In che modo gli infermieri possono approfittare di queste opportunità? In altre parole, dove sono gli infermieri? Dove si collocano nel quadro dell’innovazione e cambiamento? Come è possibile orientare le attuali competenze, alle esigenze di un sistema che cambia?

Le strade da percorrere, o meglio le opportunità da cogliere, sono numerose.

Tra queste, rispetto all’assistenza: partire dalla persona attraverso modelli organizzativi e di presa in carico innovativi; considerare l’assistenza territoriale/di comunità come paradigma della medicina di prossimità; valutare gli esiti sensibili alle cure infermieristiche; orientare il proprio operare alle più aggiornate raccomandazioni della letteratura; rinforzare le competenze digitali e il ricorso alle nuove tecnologie.

E rispetto alla crescita professionale: leggere criticamente le realtà politico-organizzative e sanitarie all’interno delle quali si muove la professione infermieristica; assumere una posizione proattiva allo scopo di trasformare i vincoli/limiti in opportunità; assumere una posizione di anticipazione quando le opportunità non sono fornite, ma al contrario vanno costruite; acquisire ruoli di leadership e presenziare ai tavoli decisionali; rafforzare e diversificare i percorsi di carriera professionale, promuovendo l’adozione di adeguati strumenti organizzativi e contrattuali.

Per ultimo, una precisazione.

Anche se hanno la stessa radice etimologica, il termine “opportunità” non è da confondere con “opportunismo” che comporta una mediazione al ribasso, venendo meno ai principi etico morali della professione, a vantaggio della convenienza personale e a scapito del bene comune.

[1]Fabio Bidoggia – Tutor pedagogico CLI AOU San Luigi Gonzaga Orbassano – Membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

Negoziazione

a cura di Giuseppe Marmo[1] e Alessio Rizzo[2]

 

La negoziazione è una forma di relazione tra due o più soggetti sociali. Essa è “un processo di interazione in cui due o più parti cercano di accordarsi su un risultato reciprocamente accettabile, in una situazione di conflitto tra interessi”[3] o di loro diversità.

L’etimologia del termine ci riporta alla parola “negotium” (affare), che a sua volta deriva da “nec” (non), e “otium” (ozio).

Non tutte le relazioni, ovviamente, sono negoziali. Nella negoziazione, infatti, la comunicazione è finalizzata a generare alternative di azione e a individuare le migliori modalità di scambio in coerenza con i diversi interessi in gioco. È buona regola, a questo proposito, che chi negozia abbia molto ben chiaro l’interesse dell’altro.

La negoziazione è, quindi, un processo di ricerca che consente di affrontare l’incertezza, spesso determinata dalla discussione su problemi non strutturati, per i quali non esiste una soluzione predeterminata. Se ben preparata e non improvvisata, essa genera valore e patrimonio relazionale. Ma con una fondamentale cautela. Il prevalere dell’aspetto emotivo, infatti, presente in ogni negoziazione, può influenzarla negativamente: l’innesco di procedure attacco-difesa, azione-reazione, sono senza via d’uscita. Il valore della negoziazione, quindi, non sta solo nel raggiungere un accordo ma anche nel come lo si è raggiunto.

Nella prospettiva politico professionale infermieristica, le situazioni nelle quali si rende necessaria una relazione negoziale sono innumerevoli e si inseriscono in molteplici contesti: nei rapporti tra i professionisti e le organizzazioni, nei rapporti tra la professione infermieristica e le altre professioni, nelle relazioni tra le associazioni e gli organi di rappresentanza professionale con gli interlocutori politici ai vari livelli.

È soprattutto in questi rapporti istituzionali e organizzativi che la professione infermieristica si trova, per ragioni storiche di disequilibrio di potere, a negoziare in posizione di debolezza.

E allora, che fare? Tre orientamenti tra i tanti possibili, oltre, naturalmente al possesso di appropriate capacità comunicative.

Innanzi tutto, prepararsi a individuare i fattori di “leva” o di potere che agiscono nella situazione negoziale, per sfruttare le differenze a proprio favore (quando i fattori di potere lo favoriscono) o per contrastare al meglio il potere altrui (quando i fattori di potere lo sfavoriscono).

In secondo luogo, sviluppare la capacità di ottenere e ponderare informazioni utili riguardanti gli interlocutori. Spesso la negoziazione è fragile perché non si hanno informazioni attendibili sugli altri, ma solo pregiudizi.

In terzo luogo, mantenere fermo il principale asse culturale della negoziazione politico-professionale: valorizzare l’utilità sociale della professione infermieristica prendendosi cura di chi si prende cura, per rivitalizzarne l’anima, il senso e l’essenza.

[1] Giuseppe Marmo – Coordinatore della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2]Alessio Rizzo –Infermiere laureato magistrale – S.C. Chirurgia Generale ed Oncologica – Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino. Membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[3] D. Druckman, Negotiations: social- psychological perspectives. AnnArbor. Beverly Hills, 1996.