Utilità

a cura di Rachele Ferrua[1]

 

La parola utilità, dal lat. utilĭtas -atis,, indica la qualità, la condizione, la proprietà di ciò che è utile, che, cioè,  può essere usato o che reca vantaggio, beneficio, aiuto (materiale o morale). Un’attività lavorativa e, ancor di più, una professione, sono considerate utili socialmente se, in un dato contesto e periodo storico, sono in grado di offrire beni e/o servizi efficaci e soddisfacenti in risposta a una specifica domanda.

L’utilità sociale di una professione sanitaria come quella infermieristica è, quindi, fortemente dinamica, perché storicizzata e contestualizzata. In altre parole, la domanda di servizi di oggi può non essere presente domani nelle stesse forme: ciò comporta obbligatoriamente la necessità di professionalità adattabili ai tempi. E ciò è avvenuto nella storia. L’assistenza infermieristica si è modulata nel tempo in relazione allo sviluppo scientifico – tecnologico e alle modificazioni culturali; ma ciò è avvenuto mantenendosi solidamente ancorata a valori stabili e storicamente fondati. L’accudimento delle persone malate, morenti, anziane o comunque fragili è stato sempre presente nell’assistenza, seppur in forme diverse, anche se si è concordi nell’attribuire a Florence Nightingale l’avvio della trasformazione di queste pratiche verso la moderna infermieristica e, soprattutto, verso il suo riconoscimento sociale come professione. Quale fu la forza di Nightingale sul piano sociale tanto da essere acclamata, al suo rientro in patria dalla Crimea, come eroina nazionale? Fu la forza del risultato: l’abbattimento della mortalità dei militari britannici grazie al suo operato. Fu questo risultato a legittimarla socialmente e anche sul piano dell’influenza politica: aveva dimostrato come l’assistenza, garantendo un ambiente terapeutico e controllato nelle sue condizioni igieniche, fosse in grado di migliorare notevolmente la vita delle persone e l’esito delle cure erogate. Fu, quindi, la possibilità della popolazione di constatare concretamente, dati alla mano, che l’assistenza delle infermiere era servita, a determinarne il riconoscimento. E’, quindi, sulla logica di servizio che poggia l’utilità sociale dell’assistenza infermieristica. Giova ricordare, a questo proposito, che il verbo servire significa proprio essere utile.

Oggi, però, su questo punto, esiste il rischio di una distorsione nel concepire e nel percepire l’assistenza infermieristica.

Infatti, poiché un servizio, rispetto a un bene, è caratterizzato da intangibilità, in una cultura, anche sanitaria, saldamente ancorata a ciò che è materiale, misurabile e riproducibile, è forte la tendenza a sminuire l’importanza del servizio nelle sue componenti astratte (vedi la relazione) e di reificarlo, privilegiando la sua dimensione tangibile (vedi la prestazione tecnica).

Questa tendenza fa perdere la possibilità di comprendere appieno il contributo sociale dell’infermiere. L’utilità sociale dell’assistenza infermieristica oggi, infatti, non risiede nell’esercizio di compiti proceduralizzati, ancorché importanti e necessari. Alla popolazione non interessa che un infermiere semplicemente faccia qualcosa, ma che ottenga risultati per lei utili, in risposta alle proprie necessità. Per questo motivo da alcuni anni si è sviluppato un forte interesse culturale e scientifico sugli esiti (outcome) sensibili all’assistenza infermieristica.

Questa è la strada che gli infermieri – e la politica professionale – devono percorrere per alimentare il proprio riconoscimento sociale: rendere evidenti a se stessi e soprattutto ai fruitori dell’assistenza, i risultati che essi possono dimostrare  di aver contribuito  a ottenere.

[1] Rachele Ferrua, infermiera laureata magistrale, Dipartimento area medica, s.c. di gastroenterologia, Azienda Santa Croce e Carle di Cuneo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)