Lealtà

A cura di Stefania Fagiano[1] e  Andreina Zavaglio[2]

 

Il termine lealtà deriva dal francese antico leial che, a sua volta, proviene dal latino legalis, ossia legale (secondo la legge). Il significato di lealtà è riferito a chi rifugge da menzogne e tradimenti, a chi è sincero, onesto, schietto, fedele, capace di mantenere gli impegni, a chi si batte apertamente, senza ricorrere a sotterfugi, a chi si comporta coerentemente con gli ideali in cui crede.

Nella sua dimensione più psicologica la lealtà si radica nel senso di appartenenza sociale, al sistema familiare, al gruppo di amici, all’ambiente di lavoro o all’azienda, al proprio Paese. In questo senso essa alimenta quella rete di relazioni – ispirate a equità e reciprocità – che sono indispensabili alla vita sociale e alla condivisione di responsabilità nella famiglia, nel lavoro, nell’organizzazione e anche nella politica, in nome del superiore rispetto delle regole e dei valori piuttosto che delle singole volontà personali.

La lealtà, quindi, ha molto a che fare anche con la giustizia. Già Platone sosteneva come solo l’uomo giusto può essere leale e riteneva la lealtà una delle più antiche manifestazioni della filosofia.

Anche nella deontologia la lealtà è una virtù che viene collocata sempre ai primi posti, al pari della competenza e dell’aggiornamento. Nell’infermieristica, ad esempio, essa è citata dal Codice Deontologico (2009) all’ art. 45, allorché afferma: <<L’infermiere agisce con lealtà nei confronti dei colleghi e degli altri operatori>>.

Frequentemente, però, in molti ambiti, l‘interesse personale, l’individualismo, il tornaconto sembrano far perdere a questa virtù il suo significato più genuino, lasciando spazio a comportamenti sleali, soprattutto nella prospettiva politica allorché si assiste allo sbilanciamento, spesso giustificato dal fine, tra l’interesse personale di chi fa politica e l’interesse della collettività che egli rappresenta. E’ certamente vero che in politica gli interlocutori sono molteplici e le parole che si danno sono tante: ma il fine ultimo di chi si occupa di politica è proprio quello di cercare un equilibrio tra la lealtà verso il bene comune e quella che deve a se stesso.

Tale equilibrio è possibile a una condizione: non si può essere leali verso l’altro, se prima non ci si è abituati, per lunga e costante disciplina, all’onestà nei confronti di se stessi. Essere onesti con se stessi, vuol dire essere capaci di riconoscere i moti del proprio animo, indipendentemente dall’uso che, poi, mediante l’esercizio della volontà, si deciderà di farne o di non farne. Chi è leale verso se stesso, lo è necessariamente anche verso l’altro: perché mentire a se stessi è più difficile che mentire agli altri.

Questo atteggiamento fonda quella strategia del “buon esempio”, molto più potente di quella delle “buone parole”, che può essere in grado di contaminare virtuosamente la politica professionale, l’organizzazione e non solo.

Sant’Agostino scriveva: “Se cerchi cose buone, sii prima tu stesso come quello che cerchi”.

 

[1] Stefania Fagiano, infermiera laureata magistrale, Ufficio flussi informativi Presidio Sanitario Humanitas Gradenigo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2] Andreina Zavaglio, infermiera laureata magistrale, Tutor pedagogica Corsi di Laurea in Infermieristica Università Piemonte Orientale, sede di Novara – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)