Fine

a cura di  Massimo Corso[1] e Silvana Paoletti[2]

Il termine “fine”, dal latino  finis,   e il termine “finalità”, dal latino finalitas, indicano in generale lo scopo a cui è diretta un’azione o, come indica il sociologo Talcott Parson, “la situazione futura verso  la quale è orientato il processo dell’azione”.

Applicando tale concetto alla comunità professionale degli infermieri, possiamo dire che il “fine” (o “scopo”) ha il valore prioritario di giustificare l’intenzionalità (volontà e decisionalità) delle loro azioni (comunicative, intellettive, gestuali). Come tale, quindi, esso è elemento non solo orientante, ma anche discriminante per un vero esercizio di responsabilità e di accountability. In questo senso, il “fine” legittima l’utilità degli infermieri agli occhi della società.

E allora, di quale “fine” o “scopo” stiamo parlando?

In modo sintetico si può affermare che lo scopo dell’assistenza infermieristica, in quanto forma professionalizzata di aiuto, è il mantenimento o il ripristino “con” la persona assistita della sua qualità di vita, la migliore possibile, in relazione ai suoi problemi di salute e ai trattamenti. Qualità fondata sull’autonomia della persona stessa – ancorché modulata dalle sue condizioni di salute – nell’autogestire, in modo culturalmente connotato, il proprio vivere quotidiano.

È possibile perseguire tale fine solo attraverso il prendersi cura o, meglio, l’aver cura delle persone, portatrici di specifici bisogni che risultano non del tutto soddisfatti, per ragioni di salute e di deficit di autonomia.  L’aver cura si concretizza  attraverso “pratiche” infermieristiche selezionate, fondate scientificamente e culturalmente,  orientate a rinforzare o compensare le capacità della persona di affrontare la sua condizione.

Esiste, però, anche per l’assistenza infermieristica, un grave rischio che Edgar Morin evidenzia allorquando la “tecnica moderna”  si trasforma da strumento a fine, frutto di una concezione che nel nostro tempo è alquanto diffusa: la disgiunzione tra cultura  umanistica e scientifica.

Per superare tale rischio e per mantenere la propria cedibilità sociale è necessario che la comunità infermieristica recuperi la dimensione politica dei “fini” e riprecisi i “fini” della propria politica professionale. Innanzitutto esplicitando, chiarendo, precisando  il senso (nella sua duplice accezione di “significato” e di “direzione”) dell’assistenza infermieristica. E, in secondo luogo, adottando strategie di varia natura che consentano di perseguire tali fini, riorientando la pratica infermieristica, la sua organizzazione, la ricerca.

[1] Massimo Corso  – Coordinatore Infermieristico Terapia del dolore e cure palliative a domicilio e in Hospice – Hospice Bolzaneto – Associazione Gigi Ghirotti Onlus – Genova – Membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2] Silvana Paoletti – Coordinatore didattico Corso di  Laurea Magistrale Scienze Infermieristiche e Ostetriche Università Cattolica sede Cottolengo di Torino – Membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

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