Emancipazione

a cura di  Giuseppe Marmo[1] e Rachele Ferrua[2]

Emancipare, dal latino emancipare, [comp. di emancipare, a sua volta composto di manus e cipare, da capere «far prendere con la mano»] significa sostanzialmente liberare; nel diritto romano, l’emancipatio consisteva nella rinuncia del paterfamilias alla potestas esercitata su un filiusfamilias.

Ben più nota e di uso comune è la forma riflessiva di questo verbo, “emanciparsi”, che significa appunto liberarsi, sottrarsi a una soggezione, a una dominazione, a una condizione subalterna. Nel linguaggio sociale e politico, si traduce come il processo attraverso cui un popolo si libera da un sistema oppressivo, o una classe sociale si sottrae a una condizione subalterna e ottiene il riconoscimento dei propri diritti. A livello storico particolarmente noti e significativi sono stati, ad esempio, il processo di emancipazione dei neri d’America, avviato a seguito della guerra civile nella seconda metà dell’Ottocento, che ha portato al superamento dello stato di schiavitù, e il processo di emancipazione femminile, che ha portato alla parificazione dei diritti fra donna e uomo.

Il processo di professionalizzazione dell’infermiere in Italia è fortemente embricato con il concetto di emancipazione. L’allontanamento progressivo dalla storica ancillarità rispetto alla professione medica, a lungo osteggiato proprio da quest’ultima e de facto abolita con il mansionario (Legge 42/99), ha proiettato l’infermiere verso nuovi scenari di responsabilità e autonomia, rafforzando la natura intellettuale della professione e irrobustendo il valore del profilo professionale (DM 739/94) che, però, purtroppo, nei fatti, fatica ancora a realizzarsi dopo oltre vent’anni dalla sua emanazione. Questa condizione potrebbe essere ricondotta proprio a un persistente problema  di emancipazione culturale, non tanto dal medico, come in precedenza, quanto, più verosimilmente, da un’idea. Un’idea di infermiere che “fa qualcosa” piuttosto che “essere qualcuno”; idea che lo porta semplicemente ad adeguarsi e a sussistere nell’organizzazione sanitaria, anziché a realizzarsi come “responsabile dell’assistenza infermieristica”. Un’idea di infermiere che si è radicata negli anni, condizionando, di riflesso, non solo le nuove generazioni di infermieri, ma la stessa visione che ne ha l’utenza e l’intera popolazione.

A fronte di questa situazione culturale, il fare politica professionale dovrebbe condurre in primis ad agire per superare questo empasse: nelle Università, diffondendo fra gli studenti il significato più profondo del “campo proprio di attività e responsabilità” dell’infermiere; negli Ordini professionali, promuovendo la “buona” pratica professionale e aggregando gli infermieri intorno a un’identità rinnovata; nelle organizzazioni, sia tra chi ricopre ruoli dirigenziali, adoperandosi per il superamento di modelli assistenziali deprofessionalizzanti, sia tra chi presta in prima persona l’assistenza infermieristica, attraverso le proprie competenze e il proprio pensiero critico.

[1] Giuseppe Marmo – Coordinatore della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2] Rachele Ferrua, infermiera laureata magistrale, Dipartimento area medica, s.c. di gastroenterologia, Azienda Santa Croce e Carle di Cuneo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)