Discernimento

a cura di Alessandro Bertellini[1] e Marco Orusa[2] 

Il termine deriva dal latino discernere, composto da dis– [separare] e cernere [scegliere]. Letteralmente significa “scegliere separando”.

In senso lato, tanto più in politica, il discernimento si riferisce alla facoltà di una persona di analizzare, distinguere e valutare un certa realtà con cognizione di causa sul piano morale e intellettuale, con l’obiettivo di formulare un giudizio e di scegliere, di conseguenza, un comportamento appropriato alle esigenze della situazione e orientato al bene comune.

Il discernimento guida, quindi, le persone a operare scelte tra ciò che è bene e ciò che è male usando il loro pensiero e le loro facoltà intellettuali. Per questo esso si nutre di saggezza e di sapienza, due virtù che conducono alla comprensione profonda e penetrante del reale. In questo senso il discernimento è la base della responsabilità che comporta, a sua volta, l’esercizio della libertà, soprattutto di pensiero.

Sul piano professionale sanitario il discernimento può essere sinteticamente rappresentato dalla famosa locuzione “agire in scienza e coscienza”.

Per quanto riguarda gli infermieri, la loro condotta, così come la loro immagine e il loro  status professionale, hanno subito importanti evoluzioni. Dall’epoca dell’ausiliarietà, che poneva l’infermiere in posizione di “obbedienza” esecutrice, non rendendo necessario l’esercizio del suo discernimento, all’era dell’autonomia e della responsabilità delle proprie scelte  per le quali il discernimento risulta fondamentale per esercitare l’accountability  verso le persone assistite, la società, le istituzioni.

Purtroppo, però, è ancora diffuso nel quotidiano degli infermieri un modo di agire che si conforma alla tradizione, che segue la routine, in organizzazioni spesso costrittive, e che opera reattivamente in difesa più che per discernimento.

Lo sviluppo e la diffusione delle evidenze scientifiche anche in ambito infermieristico offre oggi un sistema di riferimento per indurre gli infermieri a discernere tra “il si è sempre fatto così” e la pratica scientificamente fondata. Ma non basta. Infatti, la locuzione “operare in scienza e coscienza” prevede un secondo concetto, tipicamente individuale: quello di coscienza. Ciò rimanda a una dimensione più sapienziale che esige un’apertura alla totalità del sapere umano, senza frammentazioni che spesso fanno cadere nella trappola di pensare che la scienza sia il tutto. La scienza si inserisce nella sapienza; e scienza e sapienza costituiscono l’anima del discernimento.

Che cosa trarne sul piano della politica professionale?

Il discernimento non è istintuale o intuitivo, non si improvvisa. Deve essere educato. Fondamentale è quindi far maturare i professionisti attraverso il dialogo, il confronto, la riflessione, lo studio non solo tecnico-scientifico ma anche umanistico. E questo non solo in ambito formativo accademico ma anche nelle organizzazioni che dovrebbero costituirsi come ambienti di apprendimento che cercano e trasmettono un pensiero olistico scientificamente ed eticamente fondato e che aiutano a dare evidenza al senso dell’agire. Le scelte di politica professionale devono, quindi,  orientarsi ai professionisti, soggetti attivi del rapporto discernimento/responsabilità,  ma anche ai contesti di lavoro che inevitabilmente determinano un’influenza diretta sulla qualità di tale rapporto.

[1]Alessandro Bertellini, infermiere laureato magistrale, Dipartimento area medica, s.c. di medicina specialistica 2, Azienda Santa Croce e Carle di Cuneo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)

[2]Marco Orusa, infermiere laureato magistrale, Dipartimento area medica, s.c. di medicina specialistica 2, Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle di Cuneo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)