Condivisione

a cura di Paola Tortorella[1]

Il termine condivisione [possedere insieme, partecipare insieme] deriva dal latino cum e dividere, a sua volta, derivato dal latino  dis [separazione] e videre [vedere], letteralmente“vedere separato”.

Dall’inizio del nuovo millennio questo termine è entrato anche nell’uso dei social network, per indicare l’azione di rendere pubblico agli altri un determinato contenuto.

La condivisione può realizzarsi in varie forme: nella partecipazione comune a un progetto, in una tensione d’insieme, in un’esperienza vissuta insieme, nell’uso comune di risorse; condizione, quest’ultima, che supera il concetto di proprietà, di possesso a favore del dividerecon altri una risorsa, sia essa materiale o immateriale.

Secondo alcuni filosofi la parola chiave della nostra epoca è proprio “condivisione”, intesa come cooperazione, capacità dei singoli di lavorare assieme. Oggi esiste una vera e propria filosofia antropologica della condivisione che concepisce l’homo empaticus, più importante dell’homo economicus, orientato a tessere una rete sociale basata sullo scambio di idee, di progetti, di esperienze.

La condivisione è alla base, quindi, del bene comune, fulcro concettuale della politica. Essa consente ai cittadini di influire collettivamente sul piano  sociale, attraverso l’adesione a valori comuni, la consapevolezza che i più importati cambiamenti nella vita accadono sempre insieme agli altri e la concezione dell’azione politica come forma di auto-aiuto collettivo.

Condividere, però, non è affatto facile. Anche quando a essere condivisi sono beni immateriali, come quelli che esistono, sul piano professionale, nei luoghi di lavoro, nell’organizzazione, nelle sedi formative. Si oppongono, infatti, alla condivisione, l’individualismo, la competizione negativa, l’indifferenza o addirittura l’ostilità, la rigidità tra ruoli professionali. La presenza o l’assenza di tali atteggiamenti incidono fortemente non solo sull’esercizio professionale ma anche sulla concezione della politica professionale e sulla sua realizzazione.

Fare politica professionale senza condivisione, degli obiettivi, delle scelte e delle strategie, risulta impossibile e soprattutto poco produttivo ai fini dello sviluppo professionale.

E allora quale atteggiamento può far crescere la condivisione?

Uno fra tutti: la convinzione che tutto quanto esiste di immateriale nell’assistenza infermieristica, e non solo, non è patrimonio esclusivo dei singoli professionisti. Credere in ciò determina la necessità di entrare in relazioni di scambio con gli altri.

Con le persone assistite, nei confronti delle quali la condivisione si intreccia con l’empatia.

Con i colleghi, con l’équipe, con l’organizzazione, tutti corresponsabili di un progetto assistenziale che vive di informazioni e valutazioni che necessariamente devono essere condivise.

Con gli studenti, in ambito formativo, che solo attraverso la condivisione dei saperi e della passione possono crescere nel loro apprendimento.

Con tutta la comunità professionale attraverso la condivisione dei risultati emersi dalla ricerca e la partecipazione ai momenti collettivi di dibattito e di progettazione.

[1]Paola Tortorella, infermiera laureata magistrale, Dipartimento area medica, s.c. di gastroenterologia, Azienda Santa Croce e Carle di Cuneo – membro della Comunità Sperimentale di Riflessione Infermieristica (CSRI)